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Il padrone e la sua cagnetta preferita


di Gentilmen
04.02.2026    |    498    |    3 9.0
"Un secondo climax la squassò, ancora più violento, strappandole singhiozzi incontrollabili..."
La stanza era silenziosa tranne che per il respiro pesante di entrambi.
Lui era in piedi, camicia già sul pavimento, muscoli tesi, sguardo che la trapassava.
Lei era in ginocchio, collare al collo, mani posate sulle cosce, occhi bassi come le era stato insegnato.
«Alza gli occhi. Subito.»
La voce era dura, senza spazio per esitazioni.
Lei obbedì all’istante, le pupille dilatate.
«Dimmi perché sei qui» ordinò lui.
«Per servire il mio padrone.»
«Non mi basta. Parla chiaro. Cosa sei venuta a offrirmi?»
Lei tremò, ma la voce uscì obbediente.
«Il mio corpo. La mia figa. Il mio culo. Tutto quello che vuoi usare, padrone.»
Lui fece un passo avanti, le afferrò il mento con forza, costringendola a tenere il viso sollevato.
«Chi decide cosa entra dentro di te stasera?»
«Tu, padrone.»
«Chi decide quando vieni?»
«Tu, padrone.»
«Chi decide se meriti di venire o se devi implorare per ore?»
«Tu, padrone.»
«Esatto.» Le strinse il mento ancora di più. «Ora dimmi esattamente cosa sei. Niente giri di parole. Niente timidezza.»
«Sono la tua cagna, padrone. La tua troia personale. Il tuo buco da riempire. La tua cagnetta da monta.»
«Ancora. Più forte.»
«Sono la tua cagna, padrone!» ripeté lei, la voce che si incrinava. «La tua puttana obbediente. Quella che si apre quando glielo ordini. Quella che trema se solo mi guardi.»
Lui lasciò il mento, le afferrò i capelli alla radice e tirò indietro la testa.
«In posizione. Ora. A quattro zampe. Culo in alto. Cosce spalancate. Mostrami il buco che appartiene a me.»
Lei si mosse rapidissima, quasi inciampando per la fretta. Mani e ginocchia a terra, schiena inarcata al massimo, sesso completamente esposto.
Lui si posizionò dietro di lei, le diede una sculacciata secca, sonora.
«Non muoverti. Non parlare. Non respirare troppo forte a meno che non te lo permetta.»
«Sì, padrone…»
«Silenzio.» Un’altra sculacciata, più forte. «Le cagne non parlano se non interrogate.»
Le passò due dita tra le grandi labbra, lentamente, constatando quanto fosse già fradicia.
«Sei disgustosamente bagnata» disse con tono di rimprovero. «Solo perché il tuo padrone ti ha ordinato di metterti in questa posizione.»
Lei morse il labbro per non gemere.
«Rispondi.»
«Sì, padrone… sono bagnata per te…»
«Implorami. Dimmi esattamente cosa vuoi che ti faccia. E fallo come si deve.»
«Padrone… ti supplico… montami. Sfonda il mio buco. Riempimi fino in fondo. Usami come vuoi. Fammi male se ti va. Fammi piangere. Fammi gridare. Ma per favore… entra dentro di me… ti prego…»
Lui le afferrò i fianchi con entrambe le mani, le unghie che affondavano nella carne.
«Chiedi meglio.»
«Padrone… per favore… scopami come una cagna. Prendimi forte. Riempi la tua troia. Usa il buco che ti appartiene. Ti supplico… montami… sfogati dentro di me…»
Lui emise un suono basso, soddisfatto.
«Brava.»
Spinse. Un colpo unico, brutale, fino alla base.
Lei urlò, il corpo che si tendeva tutto.
«Zitta» ringhiò lui, restando immobile dentro di lei. «Le cagne gridano solo quando glielo permetto.»
Lei singhiozzò piano, cercando di controllarsi.
«Meglio.» Lui iniziò a muoversi, affondi lunghi e violenti. «Dimmi a chi appartiene questa figa.»
«A te, padrone.»
«A chi appartiene questo culo?»
«A te, padrone.»
«A chi appartiene ogni orgasmo che avrai stasera?»
«Solo a te… padrone…»
Lui afferrò il guinzaglio, lo tirò con decisione, costringendola a inarcare ancora di più la schiena.
«Vieni quando te lo ordino. Non un secondo prima. Chiaro?»
«Sì… padrone…»
«Quanto sei vicina?»
«Troppo… padrone… sto… sto per venire…»
«Trattieniti.»
«Ci provo… ma… è difficile… ti prego…»
«Implora.»
«Padrone… per favore… lasciami venire… sto morendo… il tuo cazzo mi sta distruggendo… ti supplico… dammi il permesso… sono la tua cagna… la tua troia… fammi venire sul cazzo del mio padrone…»
Lui le morse la spalla, forte.
«Vieni. Ora. Stringimi. Mostrami che sei mia.»
L’orgasmo la colpì come un pugno. Gridò il suo nome, il corpo che si contraeva spasmodicamente intorno a lui, lacrime che le colavano sul viso.
Lui non rallentò.
«Di nuovo. Subito. Voglio un altro orgasmo. Ora.»
«Padrone… non… non ce la faccio… è troppo…»
«Non mi interessa. Fallo. O ti lego e ti lascio così per ore.»
Quelle parole bastarono.
Un secondo climax la squassò, ancora più violento, strappandole singhiozzi incontrollabili.
Solo allora lui si lasciò andare.
«Prendi tutto» ordinò, spingendosi fino in fondo. «Prendi ogni goccia del tuo padrone. Non osare sprecarne una.»
Venne con un ruggito profondo, tenendola inchiodata, riempiendola completamente.
Rimasero fermi, respiri pesanti.
Poi lui si ritrasse lentamente. Le slacciò il collare con gesti controllati. La girò, la prese tra le braccia, la strinse contro il petto.
Le accarezzò i capelli sudati, la voce ora bassa ma ancora autoritaria.
«Guardami.»
Lei alzò gli occhi, lucidi, distrutti, adoranti.
«Sei stata obbediente» disse lui. «La mia cagna migliore. Ma non dimenticarti mai: il tuo posto è questo. Sotto di me. Sempre.»
Lei annuì piano, tremante.
«Dimmi che hai capito.»
«Ho capito, padrone… il mio posto è sotto di te… sempre.»
Lui le prese il viso tra le mani, la guardò dritto negli occhi.
«Ti monterò così ogni volta che ne avrò voglia. E tu mi ringrazierai ogni volta. È chiaro?»
«Sì, padrone… grazie… grazie di usarmi…»
Lui le baciò la fronte, poi la bocca, con una possessività che non lasciava spazio a dubbi.
«Brava cagna mia. Ora riposati. Perché non ho ancora finito con te.»
Lei si strinse a lui, sussurrando contro la sua pelle:
«Grazie, padrone… sono tua… completamente tua.»
«Lo so» rispose lui, stringendola più forte. «E lo sarai per sempre.»
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